Apprendere

Tramite una collega e amica, ho avuto la fortuna di dirigere un corso, della durata di due giorni e mezzo, in una delle più grandi facoltà d’Ingegneria che esistono in Francia. L’obiettivo era di consentire agli studenti, uniti in piccole associazioni, di migliorare sia l’organizzazione del proprio lavoro nel gruppo, sia di trovare il modo migliore per negoziare con le ditte disposte a visionare i loro progetti.
Ero spaventata all’idea di trovarmi davanti a venti cervelloni. Le tecniche che conosco sono piuttosto semplici e non sono accompagnate da un’esperienza solida di management e di trattativa.
Per essere all’altezza del compito, ho preparato numerosi esercizi e preso contatto con altri colleghi i quali mi hanno consigliato di passare molto tempo ad ascoltare gli studenti per scoprire i loro bisogni e di adattarmi alle situazioni che di volta in volta si sarebbero presentate. Per anticiparmi, ho scritto un’e-mail a tutti gli studenti per chiedere quali fossero le loro attese, ma ho ricevuto una sola risposta.
Il primo giorno non mi sentivo molto bene: sicuramente era lo stress accumulato. Ho esordito, specificando ai ragazzi che consideravo il corso, una co-costruzione, una co-animazione; l’incognita sui loro volti era palesemente sfacciata. Sorridendo a tutti ho iniziato a girare fra i banchi per rompere il ghiaccio (soprattutto delle mie mani) e invitandoli, fra l’altro, a formulare un quesito da sottopormi alla fine della mattinata. Ciò mi ha permesso di stilare una lista di problemi che più frequentemente gli studenti incontrano.
Nel pomeriggio ho organizzato i ragazzi in tre squadre; ogni gruppo doveva riflettere sulle soluzioni possibili a tre problemi, scelti fra quelli che avevo inserito nella lista e di presentare il frutto delle loro riflessioni in modo creativo… non potevo crederci!  Hanno cominciato a drammatizzare le loro esperienze e anche le soluzioni possibili. Intanto ho invitato gli altri studenti a osservare e a esprimere poi il loro punto di vista sul modo in cui erano stati presentati i problemi e sulla valenza delle soluzioni scelte. Dopo le inaspettate esibizioni, ho descritto loro alcuni punti basati sulla motivazione al lavoro, insistendo soprattutto sull’importanza del riconoscimento al merito.
Per tutto il resto del corso, mi sono soffermata molto ad ascoltare i ragazzi per fare emergere le situazioni che essi consideravano difficili da gestire; in seguito, ho proposto agli studenti di inventare o di partecipare a giochi di ruolo. Con questa strategia, i ragazzi dovevano analizzare ciò che stavano simulando e trovare il modo migliore per agire. Devo ammettere che è stato abbastanza impegnativo sia incitarli a parlare di situazioni critiche (erano molto restii a denudarsi delle loro problematiche), sia preparare insieme giochi di ruolo, interessanti per tutti.
Al termine del corso, il dispositivo pedagogico richiedeva di eseguire un test scritto, da elaborare in un’ora, per verificare se le nozioni principali erano state acquisite.
A prova consegnata, ho fatto un giro fra i banchi per ottenere un feed-back da ciascuno studente e quasi tutti si sono detti soddisfatti, ma avrebbero preferito essere meno numerosi e avere più tempo per organizzare i giochi di ruolo come ad esempio scegliere altri tipi di personaggi per inscenare situazioni più realistiche.
Al momento dei saluti i ragazzi hanno accompagnato la mia uscita con un applauso. Mi sono voltata solo per un attimo, mostrando un grande sorriso, poi sono volata fuori per asciugarmi gli occhi. Sul metrò ho incominciato a riflettere su quell’applauso: cosa ho dato di più a questi ragazzi che non abbia dato ad altri corsisti, in altre occasioni?
Forse quello scroscio era legato al fatto che ho veramente cercato di ascoltarli e mi hanno sentita partecipe delle loro preoccupazioni.
Questa esperienza, seguita dai battimani, mi è servita ad acquistare più fiducia nelle mie capacità, a farmi sentire libera da certi stereotipi: non ho più bisogno di imporre esercizi pronti e già sperimentati tante volte!  Ora mi “autorizzo” a essere più creativa e a reagire a tutto ciò che può venire da un gruppo.
Un’altra bella emozione l’ho avuta durante la lettura dei compiti. Ciò che gli allievi avevano appreso andava oltre le mie attese: pure gli studenti che sembravano più distaccati avevano fatto loro il succo della lezione… quanta soddisfazione!
Sono al computer e preparo un altro corso; mi ritornano alla mente le parole di un’allieva che, durante il giro finale fra i banchi, mi ha confessato che avrebbe desiderato vedermi protagonista nei giochi di ruolo, per dare loro uno spunto, un esempio… ecco un tassello mancante alla mia esperienza: s’insegna, anche mostrando come si fa! Ne farò tesoro.
In francese, non c’è differenza tra i verbi “imparare” e “insegnare”. Entrambi si dicono “apprendre”…
Un bravo insegnante è quello che impara sempre dai suoi alunni.

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