Ombre e luci

P*** è un bambino di seconda; oggi lo diremmo multiproblematico: fatica molto nell’apprendimento, è immaturo, piuttosto isolato. In occasione del cambio settimanale del libro della biblioteca, noto che si interessa unicamente a un testo che parla del corpo umano (con disegni semplici e infantili), e in particolare alle pagine con l’immagine di due bambini nudi. Lo sfoglia fino a consumarlo, lo mostra ai compagni, ridacchia.
In un’attività che prevede di ritagliare immagini da riviste, si imbatte nella foto di un uomo in costume, la ritaglia e la nasconde, sembra inquieto. Più volte, i compagni riferiscono che nei bagni P*** mostra il pene, e chiede di vedere il loro, e nei momenti di gioco tenta di abbassare a qualcuno i pantaloni. Tengo una sorta di diario di bordo per registrare i comportamenti che mi appaiono insoliti, cercando di tenere a bada un’inquietudine che potrebbe portarmi a interpretare, mentre ora devo solo osservare. Condivido con le colleghe del team le preoccupazioni, e insieme decidiamo di informare la Dirigente; concludiamo di non avere elementi sufficienti per una segnalazione, in questa fase, e concordiamo di attivare risorse esterne qualificate. Contattiamo la neuropsichiatra che, in una struttura privata, supervisiona i trattamenti di psicomotricità e logopedia a cui P*** è sottoposto, chiedendo una valutazione mirata nel setting. La specialista rifiuta, dicendo che dovrebbe in ogni caso informare la famiglia (che ovviamente noi non intendiamo per ora coinvolgere) e che P*** è seguito per disturbi funzionali, non in psicoterapia.
Decidiamo allora di assumere informazioni dalla famiglia, naturalmente in modo indiretto, nei normali colloqui periodici; i genitori sono piuttosto affaticati dalle difficoltà di P***, che tendono a negare, attribuendole a pigrizia e scarso impegno. La mamma riferisce che il bambino è seguito nei compiti da un giovane studente, che ultimamente P*** sembra rifiutare, mostrandosi aggressivo e riottoso. In alcuni momenti, il bambino è affidato ai nonni. Non fa sport e frequenta il catechismo.
Ho seguito recentemente un corso di aggiornamento molto coinvolgente sulla lettura e la prevenzione dell’abuso infantile, con l’ausilio del testo” Mimì fiori di cactus”. Le attività sono però previste per la classe quarta, non posso proporle a bimbi tanto piccoli… molti elementi importanti però guidano i miei pensieri e le mie azioni: le emozioni del dubbio (ansia, senso del limite, domande… ) sono necessarie per filtrare e frenare interpretazioni premature e gesti avventati, e le emozioni della certezza (rabbia, impulso, azione) vanno altrettanto sorvegliate per non precludere la possibilità di soluzioni positive… Secondo la legge, la responsabilità è personale e non può essere delegata: sono pronta ad inoltrare la segnalazione all’Assistente Sociale e agli inquirenti, se sarà necessario, ma posso contare sulle colleghe del team e sulla Dirigente, che è costantemente informata. La firmeranno con me.
Chiedo consiglio a una cara amica, psicologa infantile, con cui abbiamo realizzato in passato un progetto di supporto alla funzione docente che prevedeva alcune sue osservazioni sulla classe. Ora però la situazione è diversa, e la scuola non è certo il luogo adatto ad una valutazione di tipo clinico. Ci dà però un’indicazione preziosa: nel capoluogo di provincia, vicino alla mia cittadina, esiste per fortuna un presidio interno all’Unità Ospedaliera di Neuropsichiatria Infantile specializzato nei casi di abuso. Contattiamo la psicologa responsabile, le esponiamo il caso e lei ci consiglia un percorso da realizzare a scuola, non solo con P***, ma con tutta la classe, definendo chiaramente gli elementi da osservare e registrare. Si tratta di sollecitare i bambini a verbalizzare e rappresentare una serie di vissuti legati alle autonomie personali, soprattutto in merito al vestirsi, all’igiene ecc., e di farli esprimere sulla percezione del proprio corpo. Ci piace la proposta di coinvolgere tutta la classe, il lavoro dà riscontri interessanti e quando portiamo i lavori di P*** alla psicologa, ci chiede qualche giorno di attesa per elaborarli. Quando ci ricontatta, ci riferisce di aver condiviso la propria interpretazione clinica con la collega del centro privato, che a quel punto si è decisa per un approccio mirato al problema durante le sedute di psicomotricità. Il responso ci porta un incredibile sollievo: P*** non è mai stato molestato né abusato; soffre di enuresi notturna, e i frequenti risvegli dei genitori con relativo cambio del letto li infastidiscono, con corollario di frasi infelici (“Piscione”, “ te lo tagliamo quel pisellino che non funziona bene”… ). Negli incontri di monitoraggio coi genitori, la psicologa ha modo di esporre il problema, come uno degli elementi evidenziati nella terapia (senza che nessun retroscena venga svelato).
E’ stata una delle esperienze più complesse, difficili e intense in cui il mio lavoro mi ha ingaggiato, ma anche una delle più fertili per ciò che ho imparato sulla collaborazione, la fiducia e la responsabilità condivisa.

Anzianità sopra i 20 anni, Area trasversale (inter-pluridisciplinare), Cittadina, Classe mista, Lombardia, Scuola Primaria, , , , , Permalink

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