Cattiverie

In prima classe, Alessia era una bambina felice, sempre allegra e sorridente. Ricordo il primo giorno di scuola: sprizzava allegria da tutti i pori, a differenza di altri bambini che si nascondevano dietro le mamme e piagnucolavano. Lei, al contrario, mi si avvicinò e mi abbracciò, dicendo: “Ciao, maestra, io sono Alessia e questa è la mia mamma”. Il suo bel visino tondo e paffuto, nel quale brillavano due grandi occhi verdi, attraeva per la varietà di espressioni e di ammiccamenti molto simpatici. La mamma, dopo la presentazione e i saluti, mi pregò di sorvegliare Alessia perché a mensa non mangiasse troppo: il pediatra aveva raccomandato, essendo piuttosto robusta, di non farla mangiare oltre certi limiti.
Alessia s’inserì nel gruppo classe senza alcun problema, socializzando con tutti. Riuscì ad entrare in empatia anche con la compagna portatrice di handicap, che spontaneamente la cercava durante la ricreazione.
Eravamo in terza elementare, dopo le festività natalizie, quando incominciai a percepire qualcosa di strano nei comportamenti di Alessia.
La prima cosa che notai fu il fatto che, durante la pausa, rimaneva seduta nel suo banco a parlare con la sua amica del cuore o si dedicava a disegnare, a colorare o a leggere il libro della Bibliotechina. Anche la mattina, appena entrata nell’aula, a differenza dei suoi compagni che s’intrattenevano qualche minuto a parlare tra di loro, lei si dirigeva verso il suo banco e si sedeva. Raramente mi chiedeva di andare in bagno fino al momento di recarci a mensa. Alessia aveva perduto quel brio, quella vivacità che l’avevano sempre contraddistinta. Un giorno, poi, la vidi piangere mentre stringeva tra le mani un foglietto. Mi avvicinai, le aprii il pugno e presi quella pallina di carta, che certamente era la causa delle sue lacrime.
Senza parlare la misi in tasca… volevo capire prima di reagire in maniera impulsiva!
Appena possibile, diedi una sbirciatina a quel foglietto e lessi:
“Sei una balenotta, una brutta pagnotta, una grande mangiona e perciò una grassona”. Feci finta di niente. Intanto incominciavo a capire la causa del cambiamento di Alessia. Ricordai quella volta che, invitata a venire alla lavagna per correggere un esercizio di grammatica, con le lacrime agli occhi, si rifiutò dicendo che non era in grado di svolgerlo, mentre alcuni compagni ridevano ed ammiccavano. Ora era tutto chiaro: Alessia era diventata lo scherno di tre o quattro maschietti particolarmente vivaci ed esuberanti. Cosa fare? Come intervenire? Mi lambiccai il cervello per alcuni giorni: non volevo fare la solita paternale, ma escogitare un intervento mirato ed incisivo.
Scrissi alla lavagna, su una colonna, i nomi degli alunni. A destra, in alto: DIFETTI. Ognuno doveva riconoscere i propri. Le bambine non ebbero alcuna difficoltà. Anche Alessia non esitò a dire, incoraggiata anche da me, di essere oltremodo golosa. Alcuni si analizzarono anche fisicamente: qualcuno si considerava basso, altri troppo magri o troppo robusti. Altri ancora avrebbero voluto avere un diverso colore di occhi o di capelli.
Ricordo alcuni interventi: “Io ho la testa grande e sono permaloso”, “Io sono basso e timido, divento rosso se devo dire ciò che penso”, “Mia madre dice che sono prepotente, voglio sempre avere ragione”. Anche Alessia, incoraggiata dalle dichiarazioni dei compagni, disse: “Io sono golosa, perciò sono molto robusta”. Subito aggiunsi: “Però sei anche diligente, generosa e creativa… e poi hai dei meravigliosi occhi verdi”. Tutti la guardarono con apprezzamento, anche quei maschietti che l’avevano schernita e mortificata.
A questo punto fu facile orientare la conversazione verso un obiettivo ben preciso: ognuno di noi è se stesso, persona unica ed irripetibile, con i suoi pregi e i suoi difetti. E’ nella varietà e nella molteplicità degli aspetti che costituiscono una persona che ci si arricchisce vicendevolmente. A nessuno è consentito denigrare gli altri, perché tutti abbiamo qualcosa che non ci piace o da rimproverarci.
Nei giorni seguenti ebbi la percezione che Alessia fosse più serena e che avesse riconquistato la stima e l’affetto di tutti i compagni.

Anzianità sopra i 20 anni, Basilicata, Classe mista, Gestione del gruppo-classe, Linguistico, Paese, Scuola Primaria, Soluzione di un problema, , Permalink

7 Responses to Cattiverie

  1. ottimo….far provare le sensazioni spiacevoli a volte può essere la soluzione giusta in certi casi per far comprendere il disagio che si può provocare con i nostri atteggiamenti ..a volte basta poco ..una semplice conversazione per far capire grandi verità come quella che ognuno è diverso e nessuno è perfetto …ma che ognuno ha un valore e delle qualità per cui tutti siamo importanti ..questo è un tema che ci troviamo ad affrontare tutti i giorni a scuola ..l’accettazione dell’altro…vita quotidiana che a volte sfugge e passa come normale routine di percorso ma che invece è di fondamentale importanza per la formazione di persone democratiche ….e civili …

  2. Antprof says:

    Certe volte ci provi e ci riprovi ma quando arrivano alle medie non è mai così facile. Alle medie sono ermetici a riccio, spinosi e non si fanno scalfire e neanche accarezzare. Mi piacerebbe tante volte riuscire a tirarne su uno di questi. A volte penso che proprio è una lotta impari contro il resto del loro mondo.
    A volte mi piacerebbe avere il tempo delle maestre, il loro pero nella vita di un alunno. Un prof di scuola media e poi di superiori (ancora di più) non sono mai così potenti … :(

    • Ginetta Scaldaferri says:

      Perchè alle medie ed alle superiori non si può proseguire nel modificare certi comportamenti? Penso che la scuola di ogni ordine e grado abbia il compito di educare oltre che di istruire. So che non è facile, ce lo dimostrano i numerosi episodi di bullismo di cui la cronaca ci mette a conoscenza, ma… mai desistere, arrendersi, scoraggiarsi! Ritengo, inoltre, indispensabile il rapporto scuola famiglia.

      • Cristina says:

        Sono perfettamente d’accordo. Alle medie e alle superiori si riuscirebbe a svolgere molto meglio il sacro programma se si dedicasse prima del tempo alla conoscenza degli alunni, alla comprensione reciproca, magari semplicemente interessandosi al loro percorso scolastico precedente, alle loro emozioni rispetto alla scuola e allo studio, solo per dare qualche idea. Non e’ questione di tempo, perché quello che sembra perso in queste attivita’ e’ tutto tempo guadagnato durante l’anno ed eviterebbe alla scuola di finire sul giornale solo per fatti negativi, come il bullismo.

        • Ginetta says:

          Vedo che sei d’accordo con me. Mi piace quando dici:….”interessarsi alle loro emozioni rispetto alla scuola e allo studio”, io aggiungerei alla vita, nel senso di inclinazioni, attitudini, passioni, desideri, obiettivi, ed anche delusioni, sconfitte, amarezze. A volte i giovani nascondono le loro frustrazioni con atteggiamenti di intemperanza e di indisciplina più o meno gravi. Bisognerebbe sempre chiedersi: “Perchè agisce così?” E poi fare leva sui loro interessi, adeguando l’attività didattica a quella specifica realtà scolastica, a volte a quel singolo alunno, utilizzando strategie didattiche mirate. Non è certo un lavoro facile: richiede passione, grande impegno, impiego di energie. Grande, tuttavia, è la soddisfazione quando si raggiungono almeno in parte gli obiettivi prefissati!

  3. Antprof says:

    Alle medie e alle superiori si continua a cercare di modificare i comportamenti, con tutto il cuore, con tutte le risorse che hai, proprio perchè senti vicino quel diventare adulto che può perdersi, che può diventare socialmente perduto. Anzi inizi a vedere non più la “cattiveria” (parola che mi piace associare ai bambini) ma la “pericolosità”, la devianza.
    Dicevo che leggere come a volte da piccoli basti un gioco, una attività ben costruita a creare un “lieto fine”, mi dà un senso di impotenza. La scuola ha tempi troppo stretti, troppe cose da tenere sotto controllo, troppe deleghe educative. Alla fine il più delle volte vedi le difficoltà dei ragazzi passare sotto i tuoi occhi, Soffri la lotta impari con “maleducazione” che si radica tanto più profondamente quanto più si cresce. Le famiglie? A volte tocchi con mano che il veleno viene da lì, e tu sei solo un prof da 6,4,2 ore a settimana.
    Quante volte ti trovi a parlare di argomenti, di conoscenze”essenziali” mentre uno sguardo è perso nel groviglio di una vita inadeguata… Tutti dovrebbero aver diritto alla serenità di imparare.

  4. Ginetta Scaldaferri says:

    Percepisco sconforto e delusione nelle tue parole, frutto di un’esperienza non facile, vissuta direttamente sul campo. Allora cosa fare? Non possiamo rassegnarci. Dobbiamo continuare a credere che l’opera educativa dell’insegnante, se svolta con dedizione, professionalità ed entusiasmo, anche se non dà risultati nell’immediato, rimarrà indelebile nel cuore e nella mente dei suoi allievi. Spesso capita che giovani poco promettenti, ai quali non si riusciva a dare fiducia, maturando, diventino persone responsabili e capaci di realizzarsi.

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