Cuori rubati

Febbraio, martedì, classe prima: costruiamo le maschere. Il tavolo in fondo all’aula si riempie di cianfrusaglie e oggetti da riciclare: vaschette di polistirolo, fiori da bomboniera, stoffe e nastri, perle e molle. Su una base di cartoncino uguale per tutti ogni bambino potrà incollare ciò che preferisce e giocare il gioco di una finta identità, senza dover per forza diventare Zorro, Spiderman, un Gormito o una Winks.
Il pomeriggio sarà caotico, lo so già.
Ogni volta mi chiedo chi me lo faccia fare, di non scaricare da un sito qualunque una bella serie di maschere da colorare… cioè, lo so benissimo il perché, ma la stanchezza di fine giornata, quella che questa scuola senza risorse eleva all’ennesima potenza (insieme all’età, of course ;-) fa leggermente traballare i pilastri su cui cerco di fondare la mia didattica: fare esperienza, manipolare, costruire, sviluppare scambi, creatività…. Solo leggermente, però.
Ma veniamo al dunque; è passato solo un giorno da quando sono arrivate a scuola tutte quelle carabattole, i bambini sono eccitatissimi, e mi mostrano continuamente i piccoli tesori che finalmente hanno potuto riempire gli zaini, e con la benedizione delle mamme. Nel mucchio multicolore spiccano, per sostanziosa, impressionante caratura cinque meravigliosissimi cuori di vetro colorato, sbirluccicanti, preziosi, irresistibili. Alessio non la finisce di dire: “Avete visto i miei cuori? Sono bellissimi!” Va bè, penso, volevo affrontare la sottrazione dopo Pasqua, ma quale occasione migliore? “Sono proprio belli, e se ne regali a Filippo…?” La lezione di matematica si adegua allo scintillio che comunque avrebbe vinto su qualunque pseudo pretesto per interessarli.
Giovedì. Faccio appena in tempo ad entrare che mi arrivano addosso come grandinata estiva. “Sono spariti! Qualcuno ha rubato i cuori di Alessio!!” Tra una voce e l’altra ricostruisco il fatto: stamattina appena arrivati sono subito andati al tavolo delle meraviglie e i cuori brillavano… per la loro assenza.
Niente di strano, fa parte di quelli che Paolo Perticari ha chiamato “Attesi imprevisti”, quegli eventi praticamente quotidiani che possono costituire una fastidiosa interferenza con quanto progettato oppure – ed è la Pedagogia delle domande legittime – diventare occasione preziosa per connettere i saperi all’esperienza reale dei bambini che abbiamo davanti. Se questo è importante per le aree disciplinari e i concetti sottesi alle competenze che vogliamo insegnare, ancor di più lo è per quanto riguarda i modelli educativi, gli stili relazionali.
Ma qualcuno ha rubato i cuori, e questo non è un problema matematico bensì etico. E’ una situazione abbastanza frequente a scuola: i colori, le figurine, il giocattolo…piccoli furti che vanno, naturalmente, sempre contestualizzati ma che lasciano noi adulti lievemente sconcertati, forse perchè incrinano una visione ancora radicata -e inconsapevole- di un’infanzia innocente, angelicata. Tanti educatori infatti pensano che se un alunno non si comporta bene è sempre “perchè ha problemi”, come a dire che ad un bambino mediamente sereno non appartiene la trasgressione, l’errore, la scorrettezza.
Ma qualcuno ha rubato i cuori, e stamattina la matematica deve far posto a qualcos’altro. Ci sediamo in cerchio per parlarne, perchè all’annuncio del furto è seguito l’inevitabile “E’ stato lui!” con cui i bambini (solo loro?) trovano capri espiatori, designano colpevoli, chiudono in fretta il cerchio pur di non lasciarlo aperto…Il fatto è che anche a sei anni – se nessuno te l’insegna – è difficile la sopportazione del dubbio, l’incertezza, la pratica del pensiero debole…
Tutti in cerchio, perciò, con la solita regola: “Ognuno può parlare, dire quello che vuole senza essere interrotto. Questo vale per tutti, anche per quelli che hanno una cosa proprio diversa da dire”
Cominciano i racconti, le illazioni, i “sentito dire”, i “me l’ha detto lui”. Il presunto colpevole ha un alibi a prova di bomba, piano piano le certezze granitiche traballano, non sappiamo che pesci pigliare; io faccio solo da moderatore, ben attenta a non esprimere giudizi, fare prediche o emettere generiche condanne. Ma alla fine dobbiamo arrenderci: nessuno ha la più pallida idea di chi abbia rubato i cuori. L’unica certezza è che è stato qualcuno della classe. “Allora” dico “nessuno sa chi ha preso i cuori. Anzi no, qualcuno lo sa: è chi li ha presi, che lo sa.” Mi guardano muti, non vola una mosca. So benissimo che se adesso tutto si conclude con la classica predica mi gioco un’incredibile opportunità per far loro sperimentare qualcosa di diverso dal paradigma della colpa e della punizione, qualcosa di infinitamente più complesso, delicato, fragile ma immensamente più ricco umanamente. Ciò che dico non l’ho imparato sui libri, nessuno me l’ha insegnato; forse – semplicemente – è quello che avrei voluto sentir dire a suo tempo all’adulto di turno dopo una mia qualche bugia, una mia qualche infantile appropriazione indebita di sassi o mentine.
“Sentite cosa penso: io penso che i cuori di Alessio erano davvero belli, bellissimi. Così belli che forse qualcuno non ha resistito, li ha presi. Io lo capisco, non ho mai visto neanch’io dei cuori così brillanti! Ma sono sicura che quel bambino, o quella bambina, capiscono che hanno fatto una cosa brutta, vedono Alessio com’è dispiaciuto, sanno -io lo so- che è una cosa che non va bene. Sarebbe bello se chi li ha presi fosse così coraggioso da restituirli… Facciamo così: noi adesso ci mettiamo a lavorare, io spero tanto che quel bambino o quella bambina oggi, o magari domani, venga da me a dirmi: li ho presi io. E basta. Capita, sapete, anche ai grandi di fare qualcosa di sbagliato, ma è importante ammetterlo, scusarsi, rimediare.”
In silenzio si sistemano le sedie, si scrive la data, comincia la giornata. Piano piano tutti veniamo riassorbiti dal tran tran quotidiano, è importante che sentano che “va tutto bene”, nessuna oscura punizione indiscriminata pesa sopra le loro teste. La mattinata prosegue, io mi chiedo se ho fatto bene, se non ho insegnato l’indifferenza o il qualunquismo o il “tanto non mi beccano”…
Ma mi risponde Marco quando, pochi minuti prima della campanella si avvicina e a occhi bassi mi sussurra “Maestra, sono stato io”. E io mi commuovo, mi commuovo davanti a quel musetto contrito, lo abbraccio e dico “Sentite bambini…” Marco ripete il mea culpa, restiamo tutti in silenzio. Tante emozioni aleggiano sulle nostre teste, ma nessuno grida vendetta, nessuno istiga al castigo. Rimangono lì. Un po’ incuriositi, un po’ ammirati. Spetta a me dare voce ai pensieri, fare sintesi, chiudere il cerchio adesso che si può, e si deve: “Marco sa che ha fatto una cosa sbagliata, vero? Può capitare a qualunque bambino. Ma è stato davvero coraggioso a venire da me, e a dirlo davanti a tutti, che ne pensate?” Poi parte il doveroso “Cosa può fare adesso?” e tutti, non solo Marco, offrono consigli e consolazioni “Domani glieli riporta” “Gli fa un regalo” “Gli chiede scusa”. Alessio partecipa, è sereno: domani riavrà i suoi cuori brillanti. Anche Marco è sereno, è stato accolto: ha appena fatto esperienza che si può sbagliare, e si può rimediare. Suona finalmente la campanella, tutti fuori di corsa a giocare. Io resto un momento nell’aula vuota – come faccio sempre dopo giornate particolarmente intense.
Domani i cuori torneranno al loro posto, e faremo le maschere.
Va bene così, e a quel paese la fatica!

Anzianità sopra i 20 anni, Classe mista, Matematico-scientifico, Paese, Scuola Primaria, Veneto, , , Permalink

2 Responses to Cuori rubati

  1. Sara says:

    Una storia bellissima! Mi fa pensare. L’intervento dell’insegnante è delicato, intelligente, accogliente, facilita il ripristino di un equilibrio riuscendo a scansare il facile scivolamento nella mortificazione e nella punizione, privilegiando invece uno stile costruttivo, soprattutto sul piano della consapevolezza (del responsabile, degli altri bambini) e della relazione (apertura e riparazione). Non so se sarei stata capace di tanto, però da questa storia toccante ho la sensazione di aver imparato qualcosa.

  2. silvia battistella says:

    grazie Sara! anche io imparo un sacco di cose leggendo le storie di questo blog…
    Tante volte in classe non so cosa fare. Ma mi accorgo che se smetto di cercare le soluzioni nella mia testa (dove stanno archiviati i libri di psicologia, pedagogia, didattica ecc) ma lascio andare la mia “pancia” (dove stanno le mie esperienze, le mie cicatrici, la mia storia) non so come, non so perchè, riesco a trovare la strada. Capita quando me ne frego di dover insegnare e cerco solo di ascoltare…E’ così bello quando accade! ..e sono io quella che viene “ammaestrata” come la Piccola volpe…;-)

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