Come motivare gli alunni nell’apprendimento delle lingue

Chi mi ha chiesto di narrare una storia di insegnamento (e di didattica) non sa di avermi invitato a nozze: sono entrata nella scuola in modo inusuale e la cosa, a distanza di anni, mi sembra ancora irreale.
Causa matrimonio, mi sono ritrovata catapultata in una regione del Sud Italia, lasciando alle spalle la metropoli e un bel lavoro. Ma si sa che l’amore non bada a nulla.
Ebbene, proprio negli anni in cui mi sono trasferita nella città dove risiedo tuttora, si istituì un liceo sperimentale linguistico dall’ormai decrepito Istituto femminile, peraltro improponibile per le nuove generazioni. Secondo i nuovi programmi era necessario un insegnante di madrelingua francese per le ultime tre classi. Non era ben chiaro come organizzarsi, perché l’Istituto offriva poche ore, quindi era impossibile far venire qualcuno dalla Francia e, sul posto, non si riusciva a trovare nessuno che avesse studiato in un paese francofono. Un professore, a conoscenza del mio curriculum, mi propose quelle ore di insegnamento.
Fu così che il giorno “x” mi ritrovai davanti alla porta della Terza B, cinque minuti prima del suono della campanella. Doveva entrare con me un’insegnante di francese che, purtroppo, quel giorno era impegnata in un’altra classe; mi trovai, così, senza che nessuno mi avesse spiegato checchessia, a dover fare una lezione. Anche successivamente, una spiegazione su quello che dovevo fare, quali erano gli obiettivi, quale tipo di didattica impostare, non vennero mai, perché, essendo un’esperienza nuova, nessuno aveva la minima idea di come affrontarla né esistevano testi in merito.
Non mi rimase che mettermi all’opera: misi in atto il fattore “D” (débrouille – veditela-tu) e volsi a mio favore il fatto che nessuno mi avesse dato direttive sull’insegnamento. Cercai di fare quello che, secondo me, avrebbe potuto interessare i giovani e piacere anche a me.
La lingua straniera nella scuola italiana ha avuto sempre dei grossi limiti sul piano pratico e della comunicazione. Fino agli anni ’90, infatti, si insegnavano davvero bene la grammatica e la letteratura della nuova lingua, ma gli studenti erano incapaci di mettere in pratica le conoscenze acquisite, perché non erano in grado di passare dalla teoria alla pratica. Poco avvezzi alla conversazione e spesso anche impediti dal timore di sbagliare, specie la pronuncia, non riuscivano a formulare nemmeno una semplice e breve frase nella lingua studiata. Capii che per tirar fuori quello che avevano imparato dovevo essere empatica e cercare degli stimoli ludici, qualcosa di interessante che doveva impegnarli all’ascolto degli errori propri e altrui. Quello dell’ascolto era, poi, un altro grande problema da risolvere: l’ora di “conversazione” era vista, dagli alunni, come un’ora di conversazione in italiano e con i vicini di banco! Per cui, appena entravo in classe si alzavano tante mani: «Professoressa, posso andare al bagno?» e i birbanti ritornavano dieci minuti prima della fine della lezione. Dal momento che l’insegnamento non prevedeva il voto, gli studenti non erano incentivati a seguirlo. Per prima cosa, allora, cercai di risolvere la questione del bagno, chiedendo di segnare l’ora di uscita e di rientro agli allievi che intendevano allontanarsi… Così si ridusse il numero degli “assenteisti” e uscivano solo quelli che avevano veramente necessità.
Intanto, cominciai a comprendere altre cose, come, per esempio, che pretendere dai ragazzi di recitare tutti la stessa poesia finiva per annoiarli e distrarli. Meglio era far recitare la poesia ad uno solo e porre delle domande a caso agli altri, costringendoli a concentrarsi su quello che diceva il compagno.
Per farvi capire la soluzione delle difficoltà per tenerli impegnati e per far parlare tutti, vi spiego un esercizio da me inventato: quello dell’edificio. Immaginate un immobile in una qualsiasi città della Francia dove abitano varie famiglie. Al primo piano Monsieur et Madame Gondon, vecchietti, al terzo la famille Mercier con due figlie e un figlio, ecc… Su questo schema, preparavo un dialogo tra due persone, una domanda e una risposta, tante per il numero di studenti che si trovavano in classe. Distribuivo a caso o una domanda o una risposta che corrispondeva ad un numero per gli uni ed una lettera per gli altri, altrimenti, con lo stesso numero sarebbe stato troppo facile scoprire la soluzione, e tenevo per me la lista completa per controllare cosa dicevano. Chiedevo, poi, al primo di leggere la sua frase. Chi era in possesso della risposta, deducibile dalla frase che pronunciava l’alunno cui era stata data la prima domanda, doveva leggerla. Tutti, perciò, dovevano essere ben attenti per sapere quando rispondere; ottenevo in tal modo la partecipazione di tutti, non solo dei soliti bravi. Uno dei dialoghi era, per esempio: D «Hai visto il gatto? Non lo trovo più». R «Non lo so, quel maledetto gatto si nasconde sempre. Guarda nell’armadio». Era chiaro che se l’alunno sentiva “chat”, gatto, capiva che era lui a dover rispondere. Per le classi che avevano una buona padronanza della lingua, chiedevo non necessariamente allo stesso alunno di proseguire il dialogo, sempre con lo scopo di non far cadere l’attenzione. Insomma, adattavo l’esercizio al grado di conoscenza della lingua degli alunni. Se non trovavano la risposta, chiedevo chi aveva la lettera o il numero assegnato a quel dialogo e sapevo quale alunno non aveva capito.
Questo è solo un piccolo esempio delle strategie adottate, perché ne ho inventate davvero tante, avendo una sola ora per classe e avendo dovuto insegnare anche in 19 classi a settimana. Di cose innovative ne ho realizzate molte altre, tenendo sempre conto della fattibilità, del tempo a disposizione dei ragazzi e di un costo minimo. Per il crollo del muro di Berlino (1989), per esempio, poiché mi trovavo a Parigi, acquistai molti giornali, che, al ritorno, distribuii ai miei alunni, riuscendo ad attuare un radiogiornale sull’avvenimento, grazie al mio registratore portatile. Realizzammo anche un fotoromanzo. Ognuno a casa dovette scrivere una breve storia, poi ne scegliemmo una, tenendo conto che tutto doveva essere fotografato a scuola e, quindi, creammo un fotoromanzo con script, descrizione delle scene da riprendere, realizzazione del fumetto ecc… Le foto vennero fatte con la semplice macchina fotografica e con la fotocopiatrice facemmo il resto. Anche il primo giornaletto di classe, in francese, con il computer, allora il fantastico Windows 3.1, fu un vero successo.
La direttrice che ho sempre seguito in queste cose è stata, come ho già avuto modo di dire, la fattibilità (senza l’aiuto di persone esterne perché ci sono buone probabilità che, per mille ragioni, il progetto si incagli), cui ho aggiunto l’economicità. Si sa che le Scuole, almeno all’epoca, avevano tanti fondi da utilizzare per progetti importanti. Fu così che il Preside chiese a un giornalista di fama dell’epoca di fare un corso di giornalismo agli studenti con la realizzazione finale del giornale d’Istituto. Quel giornale non si fece mai, perché avevano puntato tutti troppo in alto e avevano riposto troppe aspettative sugli alunni già oberati di compiti. Il nostro modesto giornaletto di classe “L’accent grave”, invece, arrivò al traguardo.
Ciò che va detto e sottolineato è che in quella esperienza scolastica incontrai degli insegnanti di francese fantastici. Per una coincidenza incredibile, tutti i professori di lingue di quell’istituto erano motivati, preparati e collaborativi.
Non ricordo l’anno esatto, ma all’inizio del 2000 collaborai con la Guida di SuperEva per la “Conversazione di francese”, mettendo su internet buona parte delle mie esperienze, che vi rimasero per più di 7 anni, fino a quando “Dada” decise di ristrutturare il sito e togliere il francese. Quelle lezioni sono state ampiamente riprese.

Anzianità fra 6 e 10 anni, Cittadina, Classe mista, Liceo, Linguistico, Molise, , , , , Permalink

4 Responses to Come motivare gli alunni nell’apprendimento delle lingue

  1. Ginetta Scaldaferri says:

    L’esperienza raccontata è il tipico esempio di come, nella scuola, spesso non servano riferimenti di elevato costo per attuare una didattica produttiva e coinvolgente. Necessitano principalmente idee originali, intuizioni mirate, strategie appropriate, atte al raggiungimento dell’obiettivo prefissato, che tengano conto degli interessi, delle attitudini, delle capacità e del livello di competenze degli alunni di quella specifica classe.
    L’insegnante dovrebbe sempre chiedersi: con questa attività riuscirò ad interessare e coinvolgere i miei studenti o li annoierò? Se otterrò la loro partecipazione, riuscirò a perseguire l’obiettivo che mi sono proposto? Spesso può capitare che una strategia didattica si riveli poco proficua in corso d’opera. L’insegnante attento lo intuisce e, con abilità, cambia itinerario, modifica, apporta le giuste correzioni.

    • Barbara Bertolini says:

      Ginetta, hai capito perfettamente il problema, volevo solo aggiungere, a quanto già detto, che ho trovato nelle varie scuole frequentate laboratori linguistici dotati di strumenti costosi ma, spesso, inutilizzati perché mancava il tecnico di laboratorio e i docenti non erano stati formati per lavorarci e, comunque, non avevano tempo per imparare. In uno in particolare mi accorsi che non funzionava semplicemente perché mancava una prolunga. Prolunga che portai da casa. Insomma ci vuole davvero molta buona volontà e una visione globale del problema, non arrendersi e, soprattutto, non utilizzare MAI la frase “Ma chi me lo fa fare!”.

  2. Antprof says:

    Ecco quello che ho sempre pensato, ognuno di noi, se ha testa e affetto, innova con micro azioni significative, lavora con le tecnologie che trova e che ritiene utili, non crede che da solo un programma per fare un giornalino sia innovativo, …
    L’innovazione è nella testa, nelle ‘visioni’ di un prof. Poi il prof si guarda intorno e usa il contesto.
    Un piccolo ricordo della mia prof di francese alle medie (anni 70 inizi): recitare scene quotidiane, al negozio, al ristorante, buttarsi, provare, chiedere, leggere giornali, ascoltare la radio… Oggi sembrano banalità ma quando arrivai alle superiori capivo, parlavo e prendevo 4 nei dettati zeppi di eccezioni….

  3. un’idea originalissima e trasferibile .. a volte basta un poco di creatività del docente …per innescare interesse e partecipazione da parte degli alunni

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